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I commenti più recenti

  • L'uragano di un batter d'ali

    Tessa, Sara

    • 25/02/2026
      Piacevole
      Romanzo che mi è piaciuto nonostante sia di un genere che non affronto volentieri. Immagino che chi lo critica sia abituato a leggere brodi inutili di pretenziosi autori aulici.
  • La cattiva terra

    Matino, Umberto

    • 25/02/2026
      La cattiva terra
      Consigliato!
  • La porta

    Simenon, Georges

    • 22/02/2026
      Adriana Tonon "Vivere" di solo Simenon?
      A conti fatti direi proprio di sì, si può, almeno per qualche annetto di lettura, vista la vastità e la varietà della sua produzione letteraria stimata fino a 600 titoli. E se poi consideriamo che le pubblicazioni in edicola dei suoi "romanzi duri" - GEDI (I capolavori di George Simenon) - al momento, si sono protratte fino al numero 35 (e ci si può aspettare ulteriori aggiunte future), personalmente rischio di andare avanti, solo con questa collezione, almeno fino al 2028, senza considerare altri vari titoli che di lui ho già in libreria. Vabbè, Simenon se la merita tutta questa attenzione e questa spesa; e se la merita pure il mio edicolante, che non mi fa perdere un numero, e che è pure mio cognato. Quindi, messi i pro e i contro sulla bilancia, avanti tutta anche con le 'dilatazioni' editorialmente furbe, nonostante la grafica assai discutibile delle copertine e la lungaggine di tutta l'operazione. Tanto più che "La porta" è un'altra perla: riesce sempre a dribblare i pensieri di chi legge verso un epilogo che scarta con naturalezza le soluzioni più scontate. Inaspettate svolte perturbanti.
  • La Marchesa Casati

    Fiumanò, Mariateresa

    • 21/02/2026
      Interessante per la vicenda storica
      Interessante, nonostante l’inutile lunghezza, per conoscere la vicenda storica e per comprendere quanto la stigmatizzazione di certi costumi sessuali produca poi dinamiche abusanti.
  • Una coperta di neve

    Camanni, Enrico

    • 19/02/2026
      giallo montano
      Un mistero da risolvere, i ricordi di una donna sepolti sotto una valanga sul ghiacciaio del Monte Bianco… chi sarà questa donna? Perché aveva una corda con nessuno attaccato? NanniSettembrini, guida e soccorritore, e Martina, psichiatra che ha chiamato i soccorsi, provano a seguire il fragile filo che lega la donna al suo passato. Un giallo perfetto per chi è appassionato di montagna!
  • Affamata

    Broder, Melissa

    • 17/02/2026
      Vuoto
      Non sono riuscito a trovare un vero messaggio in questo libro. A parte qualche raro passaggio interessante, il romanzo mi è sembrato vuoto e terribilmente monotono. La ripetizione continua delle stesse dinamiche emotive rende la lettura piatta e senza reale evoluzione. Alla fine resta la sensazione che non accada nulla di significativo. Per me, un libro con poche intuizioni valide ma complessivamente privo di rilevanza.
  • Austerlitz

    Sebald, Winfried G.

    • 14/02/2026
      Adriana Tonon Also sprach Austerlitz
      Secondo tentativo con W. G. Sebald non avendo ingranato con "Gli anelli di Saturno" da me percepito impersonale, eccessivamente pedissequo e perciò barboso. È descrittivo e didascalico anche in questo densissimo ibrido fra romanzo/reportage/saggio nonché trattatello sulla storia dell'architettura - dev'essere proprio il suo stile - però qui la differenza la fa l'enigmatica e ipnotica figura di Jacques Austerlitz. L'incontro fra il narratore e quest'uomo sprigiona una grande energia intellettuale e relazionale: "Quando infine mi avvicinai ad Austerlitz per rivolgergli una domanda, lui rispose subito senza la minima esitazione, confermando che chi viaggia solo è in genere contento di trovare un interlocutore dopo giorni e giorni trascorsi completo silenzio. Anzi, in simili occasioni, si è spesso constatato che i viaggiatori solitari sono persino disposti ad aprirsi, senza alcuna riserva, con uno sconosciuto." Il narratore è affascinato dal melanconico Austerlitz, personaggio fittizio ma assai realistico. È attratto dalla sua erudizione, dalla sua capacità di leggere e restituire l'atmosfera brumosa di un'Europa passata e (a Sebald) contemporanea, alimentando suggestioni con superlativa ars oratoria. Egli ascolta le sue enciclopediche dissertazioni con un’attenzione che supera la semplice curiosità; è come se tra i due si creasse una sorta di affinità elettiva. Il legame che si instaura, è sottile ma potentissimo; l'ho trovato molto interessante e in parte affine all'intensità espressa ne "Le braci" di Sándor Márai. Ciò che li accomuna è il rapporto fra due uomini fatto di ascolto profondo e di sintonia mentale, anche se Sebald risulta meno drammatico e conflittuale rispetto a Márai. Nel modo in cui un uomo accoglie il racconto e le fragilità di un altro uomo, mi ha pure ricordato il Stefan Zweig del magnifico "La novella degli scacchi." Infine, non posso non nominare il grande Thomas Bernhard autore di uno dei libri più belli sull'amicizia maschile - "Il nipote di Wittgenstein". Guarda caso, Sebald nomina qui proprio lo zio, 'l'infelice filosofo' Ludwig Wittgenstein. È certo, quindi, che è anche per tali illustri riferimenti, che ho particolarmente apprezzato questa lettura.
  • Infernum 616

    Zurdo, David

    • 12/02/2026
      Scarso
      Le prime cento pagine sono decisamente lente e rendono l’inizio piuttosto faticoso. Dopo questa fase, il ritmo migliora e la lettura diventa più scorrevole e piacevole. Nel complesso, però, la trama non mi è sembrata particolarmente originale o brillante: una storia ben costruita, ma senza elementi davvero memorabili. Un libro discreto, che si lascia leggere, ma simile a molti altri del genere.
  • La vegetariana

    Han, Kang

    • 11/02/2026 Gruppo Di Lettura Il Club Del Martedì
      Il romanzo della scrittrice coreana Premio Nobel per la Letteratura 2024 ha suscitato una discussione ricca di riflessioni ed interessanti punti di vista. A tutte/i il titolo è apparso fuorviante, innanzitutto perché il rifiuto di mangiare carne da parte della protagonista non ha nulla a che vedere con una scelta etica legata al vegetarianismo. Secondariamente perché la donna soffre di una patologia o comunque di un disagio psichico che il titolo rischia invece di banalizzare o di edulcorarne la drammaticità. Un libro crudo e angosciante in cui alla protagonista viene negata persino la voce, essendo la sua storia raccontata da altri. Yeong-hye è un oggetto di qualcun altro, il marito il padre e il cognato. Non ha una sua vocazione, si lascia vivere in una condizione di passiva accettazione prima ancora di giungere allo snodo rappresentato dal sogno/delirio. La miseria umana intesa come povertà di affetti e di relazioni vere ed empatiche, e la solitudine che ne deriva, è ciò che rende privo di qualsiasi speranza il romanzo. Per alcune lettrici la vicenda è piena di simbolismo: la scelta della protagonista è quella di annullare sé stessa al punto da diventare un vegetale in una presa di posizione consapevole e liberatoria, in opposizione al patriarcato e alla condizione della donna nella società coreana. Il suo rifiuto della carne – e di essere lei stessa “carne” da consumare - diventa quindi un rifiuto della cultura e delle regole sociali fino a rendere il suo corpo volutamente tagliente e spigoloso. La vergogna che infligge ai suoi famigliari induce questi ad allontanarla, a recidere i rapporti essendo incapaci di provare a comprenderla. Per qualcun altro il romanzo racconta l’evolversi di una vera e propria psicosi che si manifesta a partire dall’incubo e in cui vengono descritti tre gradi di assistenza: quella del marito che rifiuta la malattia, quella del cognato che ne approfitta e manipola Yeong-hye, e infine quella della sorella che riesce a sentire affine alla sua quella sofferenza. La ribellione assume le sfumature della follia, non è più una libera scelta ma un grido silente che sottolinea la primitiva vocazione della donna a compiacere gli altri e il suo successivo annullarsi e rendersi anonima come forma di resistenza ad un patriarcato imperante. Una lettrice ha visto in questo libro il portato storico della sofferenza collettiva del popolo coreano, colonizzato per molto tempo e poi costretto ad un regime autoritario in cui l’individualismo e le scelte soggettive erano vietate in nome del bene comune. La scrittura asciutta, lo stile chirurgico e asettico privo di empatia della scrittrice sono stati molto apprezzati da alcuni mentre per altri hanno reso ancor più disperante e disturbante il romanzo in quanto la narrazione risulta priva di partecipazione e compassione.
    • 13/01/2026 Gruppo Di Lettura - Il Club Del Sabato
      Il romanzo della scrittrice sudcoreana Han Kang, premio Nobel per la letteratura nel 2024, ha colpito profondamente il nostro gruppo di lettura. Il lungo ed appassionato dibattito che ha innescato tra i nostri lettori è la testimonianza del fatto che questa storia ha toccato temi forti ed evocato emozioni profonde. La lettura di questo romanzo è stata, per quasi tutto il gruppo, al contempo appassionante e disturbante. La violenza di alcune immagini è rimasta ben impressa nelle nostre menti per molto tempo dopo aver chiuso il libro, eppure la scrittura evocativa e raffinata di Han Kang ha reso quasi impossibile abbandonare la lettura. Il libro racconta in tre tempi la vita di una giovane donna, Yeong-Hye, che una notte si sveglia da un sogno inquietante e comincia a svuotare il frigo di casa di tutta la carne. Comincia così, tra lo sgomento e l’insofferenza del marito, il suo percorso da vegetariana. Ma quella che inizialmente pare una scelta etica, diventa velocemente e in modo sempre più violento, una volontà di ribellione e liberazione. Quella che fino a quel momento era sempre stata una figlia devota, una moglie integerrima e una donna ordinaria, diventa improvvisamente una sconosciuta anche ai suoi famigliari, che si esprime poco e in maniera sconveniente, che non si veste in maniera socialmente accettabile e che non tollera più le imposizioni delle persone che la circondano. Le figure maschili di questa storia sono quelle come più violentemente cercano di imporre su Yeong-Hye la loro volontà. Il marito e il padre rappresentano tutta la forza e la crudeltà di una società che vuole piegare chi non accetta di conformarsi, preferendo di gran lunga una sottomessa mediocrità ad una qualunque forma di pensiero critico. Alcuni di noi sono stati colpiti dalla formalità e dalla freddezza delle conversazioni tra famigliari, che certamente sono lo specchio di una società profondamente diversa dalla nostra, ma forse sono anche il sintomo di una distanza profonda dalle proprie emozioni. Il mondo dei sogni, che già ha dato avvio alla metamorfosi della protagonista nella prima parte, assume un ruolo fondamentale nella seconda parte del romanzo. Come lei anche il cognato, marito della sorella, vede la sua vita sconvolta da un sogno ricorrente e da un desiderio irrefrenabile che vuole vedere realizzato nella sua arte. Pronto a perdere tutto per questo, la sua famiglia, il suo lavoro e perfino la sua vita, il cognato arriva al punto da coinvolgere Yeong-Hye in una rappresentazione artistica, in cui il rapporto sessuale consensuale è pericolosamente vicino all’abuso. Nella parte finale del romanzo la dissoluzione della donna arriva a compimento. Ne è testimone stavolta la sorella maggiore che, dapprima, osserva la sua autodistruzione con dolore e, infine, giunge a capire il desiderio di Yeong-Hye di lasciarsi andare, rinunciando all’alimentazione artificiale, allontanandosi dalla sofferenza che la perseguita fin dall’infanzia. Il gruppo, pur provato da una lettura cruenta e spiazzante, ha apprezzato moltissimo questa storia di liberazione dalla violenza quotidiana, quella rumorosa e appariscente di un padre-padrone brutale, ma anche quella più subdola, ma non meno penosa, che si annida in una società che considera l’apparenza, la sottomissione e l’obbedienza alle regole dei valori fondamentali.
  • L'isola degli alberi scomparsi

    Shafak, Elif

    • 10/02/2026 Gruppo Di Lettura - Il Club Del Sabato
      “L’isola degli alberi scomparsi”, della famosa scrittrice turca Elif Shafak, ha diviso nettamente il nostro gruppo di lettura. Una parte dei partecipanti ha apprezzato questa storia di un giovane amore contrastato in una terra dilaniata dal conflitto civile. Il tema principale non è certo così innovativo eppure il luogo in cui questa storia d’amore si svolge, la città di Nicosia, sull’isola di Cipro, ha reso più interessante la vicenda, dando la possibilità a tutti noi di scoprire qualcosa di più riguardo un conflitto del quale non conoscevamo molti dettagli. Anche la struttura del romanzo ha degli elementi di originalità che sono stati apprezzati: la vicenda si svolge in due luoghi, Nicosia e Londra, in tre linee temporali diverse e con doppia voce narrante. Una delle voci narranti rappresenta forse l’elemento più distintivo di tutto il libro. Una pianta di fico, cresciuta da una talea trafugata a Cipro e portata a Londra in una valigia, fa sentire la sua voce, come testimone di segreti, amori, conflitti, fughe, ma anche come essere senziente che prova sentimenti ed emozioni. Questo realismo magico, che pervade tutto il libro, ha affascinato una parte del nostro gruppo di lettura, ma non ha convinto altri partecipanti che hanno trovato eccessivamente prolissa e ripetitiva la parte dedicata alla pianta e agli altri elementi del mondo naturale. Anche la struttura del romanzo, che vede turnarsi in modo regolare le tre voci narranti, è parsa a molti troppo rigida e prevedibile. I personaggi del romanzo, la sedicenne Ada, suo padre Kostas, la madre Defne, da poco tragicamente scomparsa, la bizzarra zia Meryem, così come i personaggi minori, appaiono tutti vittime di un conflitto che ha lasciato ferite profonde non solo sulla pelle dei testimoni diretti dei drammatici eventi ma anche su quella delle generazioni successive. Ognuno di loro, pur nelle loro diversità ed incomprensioni, cerca un modo per guarire queste ferite, per ambientarsi in un luogo lontano da casa e, nel caso di Ada, per non sentirsi più orfana di un passato che le è stato nascosto. Eppure non pochi di noi hanno percepito i personaggi di questo libro come poco incisivi e, in alcuni casi, poco spontanei, quasi come se l’autrice avesse dedicato più cura ed approfondimento alla descrizione degli elementi naturali rispetto a quelli umani. Nel complesso il romanzo è stato un’opportunità preziosa per fare luce su un conflitto a noi così vicino, eppure poco conosciuto, e sulle cicatrici che rimangono nel cuore degli uomini e sulla terra, laddove vengono elevate barriere e muri che separano in modo innaturale gli esseri viventi.
    • 14/01/2026
      Gruppo Di Lettura Il Club Del Martedì
      “Il luogo dove siamo nati è la forma della nostra vita, anche quando ne siamo lontani, anzi specialmente in quel caso.” Questa citazione esprime l’essenza del romanzo che racconta il dramma di Cipro e dei suoi abitanti con un intreccio narrativo su più livelli, dove gli avvenimenti storici e privati si rincorrono nell’arco di cinquant’anni. La storia d’amore di Kostas e Defne si allaccia infatti al conflitto tra le due fazioni di isolani, greci cristiani da un lato e turchi musulmani dall’altro, con un’ostilità così radicata da costringere la coppia all’esilio e alla rottura con le famiglie d’origine. La fuga e la rimozione di un passato penoso da ricordare sembrano essere la soluzione ma la sofferenza rimasta latente lacera gli animi, soprattutto quello di Defne. L’originalità del libro consiste a parere di tutti i presenti nella straordinarietà della protagonista principale e voce narrante, la pianta di fico (rigorosamente di genere femminile), testimone dei tragici eventi che devastano l’isola. Attraverso il suo racconto che si nutre di ciò che la pianta osserva e di ciò che viene a conoscere mediante altre creature animali e vegetali, la trama si dipana svelando le connessioni esistenti tra gli esseri umani – impegnati a seconda del caso in guerra o in amore - e gli altri essere viventi. Così la tenera storia tra Yusuf e Yiorgos, che al pari di quella tra Kostas e Defne deve rimanere segreta, trova nell’albero un osservatore benevolo e attento che non giudica in base ai parametri e ai preconcetti degli uomini. Una volta trapiantata a Londra ecco che di nuovo la pianta assume un ruolo fondamentale diventando il filo che riannoda il passato al presente per gli esuli ciprioti e consentendo infine alla giovane Ada di ritrovare le proprie radici. Il romanzo è piaciuto moltissimo a tutti i lettori e lettrici presenti per lo stile poetico e la scrittura ampia con cui la scrittrice rievoca le tracce della memoria, ma anche per le descrizioni capaci di richiamare profumi e sapori del Mediterraneo. Elif Shafak conduce il lettore nelle trame della Storia senza tralasciare l’archeologia e la botanica, dimostrando una conoscenza profonda dei temi trattati. La vicenda si apre con l’urlo straziante che colloca Ada, sopraffatta dal dolore per la morte della madre e per l’incapacità di stabilire un contatto emotivo con il padre, al centro di una malevola attenzione. Sarà necessario attraversare gran parte del romanzo e tutte le vicissitudini dei suoi protagonisti nel corso di mezzo secolo per giungere allo snodo che permette alla giovane di elaborare il lutto e riannodare i fili con il passato dei suoi genitori di cui era sempre rimasta all’oscuro. Esuberante e dirompente, la zia Meryem arriva infatti a Londra come l’uragano che si sta scatenando in quei giorni, portando nella vita di padre e figlia quella vitalità e quel brio che erano spenti. La donna rappresenta il legame con la tradizione e le usanze cipriote che includono la cucina ma anche le superstizioni e i proverbi che la zia snocciola ad ogni occasione. La centralità del cibo, di quei sapori così distanti dalla cucina londinese a cui Ada è da sempre abituata, consente inaspettate modalità di comunicazione e al tempo stesso diviene il legame tra culture e generazioni diverse. La bufera – reale e metaforica – si placherà segnando un passaggio decisivo per la giovane protagonista così come per la pianta: la ficus verrà dissotterrata e potrà nuovamente germogliare e anzi rinascere accogliendo in sé l’ànemos ossia il soffio vitale di Defne. Per Ada invece si apre una stagione nuova in cui il futuro che l’aspetta può gettare le basi su un passato con radici solide e profonde.