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I commenti più recenti

  • Acque morte

    Maugham, W. Somerset

    • 29/02/2024
      Adriana Tonon Attrazioni fatali
      Già quando, nella premessa, Maugham parla del fenomeno che a volte investe gli scrittori per il quale alcuni personaggi da loro inventati e messi su carta, si animano e, in autonomia, tornando ossessivamente nella loro mente, ho capito quanto era successo a Javier Marías con l'eterno ripresentarsi, fino all'ultimo (e - per quanto mi riguarda - allo sfinimento), di Wheeler, Tupra, la Berta e consorte. E questo è stato un gran bell'inizio, perché quando mi fanno capire qualcosa in più dell'affascinantissimo meccanismo del processo creativo, io gongolo. «Saunders aveva per i suoi simili un interesse né puramente scientifico né puramente umano. Li considerava una fonte di svago; li guardava spassionatamente, e dipanare i grovigli individuali gli dava un piacere non diverso da quello del matematico nel risolvere un problema». Ciò detto solo per inquadrare il personaggio; per il resto, il perfetto dosaggio fra descrizioni fisiche e psicologiche, azioni e situazioni restituite pacatamente con ottimo gusto estetico nell'impeccabile andamento da romanzo di una bella storia dall'ambientazione esotica e dal ritmo impeccabile che accelera efficacemente sul finale perfetto, mi fa affermare, ancora una volta, che Maugham è, da me, narratore apprezzatissimo. «Il pregio della vita, diceva, non sta nei momenti di eccitazione ma nei placidi intervalli in cui lo spirito umano, serenamente, tranquillo, non turbato dal ricordo delle emozioni, guarda a se stesso con il distacco del Buddha contemplante il proprio ombelico».
  • Così ha inizio il male

    Marías, Javier

    • 28/02/2024
      Ambientato nella Spagna post franchista, il libro racconta in modo ossessivo e inquisitorio la storia di una coppia, quella del regista Muriel e di Beatriz, descritta in terza persona dal giovane Juan De Vere, assistente e uomo tuttofare. La cattiveria e il disprezzo con cui Muriel tratta la moglie spingono il giovane ad indagarne le ragioni, tra informazioni carpite attraverso i pedinamenti di lei, le domande poste direttamente a Eduardo e le situazioni a cui assiste suo malgrado. Il titolo è tratto da un verso dell'Amleto Thus bad begins and worse remains behind (Così ha inizio il male e il peggio è alle spalle). Filo conduttore del romanzo di Marias è l'inganno che permea sia la storia famigliare dei protagonisti che gli eventi storici della Spagna appena uscita dalla feroce dittatura franchista. Il mondo privato e quello pubblico corrono parallelamente in un intreccio che la maggior parte dei lettori/lettrici ha trovato troppo prolisso e ripetitivo, rendendo la lettura faticosa a causa del ritmo spezzato continuamente. La scrittura e lo stile sono stati molto apprezzati ma il protrarsi della vicenda che si snoda solo negli ultimi capitoli ha affievolito l'entusiasmo di quasi tutti i presenti, salvo poche eccezioni, per i quali una maggiore snellezza e brevità avrebbero giovato alla narrazione. Di parere opposto alcune lettrici che hanno elogiato il romanzo nella sua interezza e lo stile narrativo dello scrittore spagnolo. Il grande pregio dell'opera è la capacità di Marias di sviscerare il Male, quello privato di Muriel nei confronti di Beatriz e quello pubblico ad opera di tutti i collaborazionisti del regime, come il dottor Van Vechten. Eduardo è un personaggio spregevole, sapientemente descritto, che rifiuta di assumersi la responsabilità delle proprie scelte addossando alla moglie la colpa di averlo ingannato, di aver costruito un matrimonio sulla menzogna. Avrebbe preferito non sapere, rimanere beatamente ignaro per non disconoscere la propria vita e rinnegare così la sua storia personale. Allo stesso modo, la Spagna democratica rinnega i crimini commessi durante la dittatura, regalando l'impunità a tutti in un inganno collettivo che lo stesso Eduardo convalida chiedendo a Juan di smettere di indagare su Van Vechten. Prevale dunque la convenienza, vengono negate le convinzioni e le responsabilità e risulta più facile perdonare un crimine collettivo, seppur orribile, piuttosto che perdonare una bazzecola, come la definisce Beatriz. Muriel preferisce vivere nel male per evitare il peggio, ma in questo modo si rende complice non solo dell'omissione della verità ma anche del perpetuarsi del Male, sia nella sua vita privata che nella Storia. L'umiliazione di Beatriz, la sua spasmodica e incessante richiesta di amore, la rendono agli occhi del lettore (attraverso lo sguardo di De Vere) meno colpevole di quanto non risulti essere Eduardo con il suo abietto e sinistro desiderio di vendetta. Se nella macrostoria il Tempo disinnesca quella tensione che vorrebbe una ferma condanna delle atrocità commesse, nella microstoria il Tempo non basta a mitigare l'odio di Muriel che solo con la morte di Beatriz riesce a placarsi. Juan De Vere finisce per raccogliere l'eredità di Eduardo. Non solo infatti ne sposa la figlia, ma fonda a sua volta il matrimonio su un consapevole inganno, convinto com'è che Susana abbia assistito al suo rapporto sessuale con Beatriz. Susana però, a differenza di sua madre, preferisce tacere e Juan rimane così volutamente appeso al dubbio. "Niente parole" è l'epilogo del romanzo. E non perché le parole siano inutili ma perché si preferisce non sapere, negare la verità.
    • 16/01/2024 Gruppo Di Lettura - Il Club Del Sabato
      “Così ha inizio il male” di Javier Marías è stata una lettura decisamente impegnativa per i lettori del nostro gruppo di lettura. Il ritmo particolare impresso al romanzo dallo scrittore spagnolo, con i suoi tipici rallentamenti e le sue disgressioni, alternate a dialoghi serrati e ad accelerazioni della trama, hanno richiesto ai lettori un impegno notevole nella lettura. Nonostante lo stile narrativo non sempre agevole, la trama del libro ha suscitato l’interesse di tutti i partecipanti del nostro gruppo. La storia privata, intima, di un matrimonio si intreccia magistralmente con le vicende sociali e politiche della Spagna appena uscita dal dramma del franchismo e della dittatura. Con grande maestria Marías intesse una fitta trama di personaggi e di relazioni, ma il punto focale della storia sono i coniugi Muriel, Eduardo e Beatriz. Sposati da più di quindici anni, genitori di tre figli, Eduardo e Beatriz, conducono una vita agiata in un quartiere benestante di Madrid. Grazie al lavoro di regista cinematografico di lui, la coppia è solita ospitare ed intrattenersi con intellettuali, artisti, ricchi imprenditori e nulla lascerebbe intuire la frattura profonda che ormai separa marito e moglie. Man mano che la finzione della felicità coniugale viene dissipata, la curiosità del lettore si accende come di fronte ad un romanzo giallo. Perché Eduardo prova tanto rancore verso Muriel? Quale può essere la causa di un comportamento così tenacemente vendicativo? E come può lei continuare ad amare perdutamente un uomo che la tratta in modo riprovevole? Le domande che si agitano nella mente del lettore sono le stesse che si pone Juan De Vere, la voce narrante del romanzo, un giovane assistente regista che trascorre gran parte del suo tempo tra le mura domestiche dei Muriel, suo malgrado testimone del dolore di Beatriz e del fermo rancore di Eduardo. Lo sfondo sociale in cui si pone al vicenda, quello della Spagna del 1980, è probabilmente l’aspetto che più è stato apprezzato dai nostri lettori e che ha suscitato il dibattito più acceso. Dopo gli anni drammatici, le violenze e i soprusi di una lunga dittatura, la Spagna è pronta a incominciare il nuovo decennio all’insegna dell’euforia per la riconquistata libertà. Eppure la volontà di voltare pagina e di pacificare gli animi, se non dimenticare, non basta quando risalgono alla superficie drammi tanto tremendi e colpe tanto pesanti da scuotere le coscienze. È questo il caso del vecchio pediatra e amico di famiglia, Van Vechten, sul cui conto circolano voci infamanti e terribili, che Juan scoprirà ben presto essere tutt’altro che infondate. Ma ha davvero senso, ora, pretendere di conoscere la verità, dopo che tutto è finito e nulla del passato si può cambiare? E perché un torto subito sulla nostra pelle ci pare più imperdonabile di quello capitato ad un estraneo? “Così ha inizio il male, e il peggio resta indietro”, il celebre verso di Amleto, ritorna più volte nel corso del romanzo a ricordarci che solo dopo che ci si è arresi di fronte al passato il peggio può rimanere indietro, e perdersi nella memoria. Ed è così che ha inizio il male, la possibilità di replicare l’errore, in un ciclo apparentemente senza fine.
  • La bellezza delle cose fragili

    Selasi, Taiye

    • 27/02/2024 Gruppo Di Lettura - Il Club Del Sabato
      L’esordio narrativo della scrittrice Taiye Selasi ha colpito positivamente tutti i componenti del nostro gruppo di lettura. Nata a Londra e cresciuta a Boston, Selasi ha riportato in vita le sue origini ghanesi e nigeriane con notevole profondità ed eleganza in questa storia parzialmente autobiografica. Il libro si apre con la scena, quasi cinematografica, di una morte annunciata da chiari sintomi e placidamente osservata, e probabilmente accettata, dal protagonista. Kweku Sai, stimatissimo cardiologo, si spegne per un infarto all’alba nella sua casa davanti al mare ghanese. Lentamente, tramite una serie di flashback e salti temporali, scopriamo come il resto della sua famiglia, sparsa in luoghi distanti, viene a conoscenza del tragico evento. L’amata moglie Fola, che ha rinunciato ad una promettente carriera da avvocato per sostenere la carriera del marito. Il figlio maggiore Olu, taciturno e intelligentissimo, così simile al padre da eccellere, come lui, nella carriera di chirurgo. I due gemelli Kehinde e Taiwo, legati da un rapporto indissolubile, bellissimi e inquieti. E infine la piccola Sadie, molto più giovane dei fratelli, non è dotata di straordinarie doti fisiche o intellettuali e alimenta la sua insicurezza e la sua solitudine con un devastante senso di inferiorità. Molti lettori hanno faticato ad apprezzare il libro nella sua parte iniziale in cui la narrazione è più frammentata e discontinua. Un evento particolare però ha fatto da spartiacque nella storia conquistando l’attenzione e il coinvolgimento di tutti i lettori: un giorno Kweku, nonostante le sue indiscusse doti di chirurgo, viene licenziato ingiustamente con una falsa accusa di negligenza. I partecipanti del nostro gruppo di lettura hanno trovato commovente e magistralmente descritto, il senso di profonda vergogna che spinge Kweku a chiudersi in sé stesso e a tacere l’accaduto alla moglie, memore del sacrificio da lei compiuto per permettergli di eccellere nella sua professione. L’uomo sceglie piuttosto di fuggire lontano, lasciando gli Stati Uniti e tornando in Ghana, piuttosto che affrontare il dolore di svelare a sua moglie e ai suoi figli il suo fallimento. Una famiglia all’apparenza felice e unita finisce per dissolversi a causa di questa decisione e del peso insostenibile di troppi silenzi. Ognuno reagisce in modo diverso al trauma dell’abbandono del padre, spostandosi in luoghi distanti, dagli Stati Uniti al Ghana, da Londra alla Nigeria. Probabilmente una delle uniche obiezioni che i partecipanti del nostro gruppo hanno sollevato rispetto il romanzo è quella di essere fin troppo “denso” di eventi. A molti di noi è parso che la scrittrice abbia voluto toccare fin troppi temi in un’unica opera, correndo il rischio, a tratti, di far sembrare questa saga famigliare quasi irrealistica. Uno dei pregi maggiori di questa opera prima è probabilmente il fatto di non aver, per una volta, condannato l’Africa al ruolo di luogo da cui fuggire, quanto piuttosto ad un luogo di “rinascita”, in cui permettersi una seconda possibilità. Il nostro gruppo di lettura ha apprezzato molto le descrizioni, poetiche ed ammalianti, della natura e della cultura africana. Il sapore dei cibi, i colori degli abiti, il ritmo delle danze e delle lingue e perfino l’architettura delle case locali sono descritti con raffinatezza e grande efficacia, trasportando il lettore in un mondo incantato in cui i miti e le leggende non sono mai stati completamente eradicati dalla vita quotidiana.
    • 18/01/2024
      Gruppo Di Lettura Il Club Del Martedì
      Tutto il Gruppo di lettura ha riscontrato una difficoltà ad entrare nell'intreccio: le prime cinquanta pagine con Kweku morente, la descrizione della casa in cui sembrano abitare molti fantasmi del passato oltre alla compagna attuale, i salti temporali e geografici hanno dissuaso più di qualcuno che non è riuscito a terminare il romanzo. In particolare lo sguardo fuori campo di un ipotetico cameraman ha sconcertato un po' tutti, prima di comprendere che si tratta di uno sguardo esterno, una sorta di spettatore che assiste alla vicenda e che potrebbe essere lo sguardo colpevolizzante e giudicante della società. Quella stessa società dalla quale Kweku ha sempre cercato di farsi accettare, rincorrendo il successo per essere pari agli altri ma anche per giustificare la sua migrazione, per riscattarsi grazie allo studio e alla carriera. Dopo questa prima parte la narrazione si apre introducendo man mano una famiglia priva di radici, in cui tutti si muovono verso l'eccellenza alternando momenti di piena realizzazione e cadute precipitose. L'unica che sembra non avere doti speciali, causandole un'indicibile sofferenza, è Sadie, il cui legame (soffocante) con la madre sembra essere la sua caratteristica, invidiata dai fratelli e dalla sorella. Al centro della famiglia Fola, una donna che ha rinunciato alla sua stessa carriera per amore del marito e che di fronte all'abbandono reagisce con grande determinazione mettendo in campo tutte le sue risorse ma finendo per trascurare se stessa e soprattutto i figli. Un dolore taciuto e irrisolto segna tutti i componenti di questa famiglia. Dolore che ciascuno esprime a modo suo, senza condividerlo con gli altri, sentendosi ognuno privato e mancante di qualcosa. Una famiglia interamente votata al non-detto, alla negazione. Così Kweku per un anno nasconde il licenziamento, i gemelli nascondono la vergogna della violenza subita, Sadie si esprime solo attraverso la bulimia e Fola nasconde all'interno del suo corpo le sofferenze dei figli che non vuole vedere, tranne somatizzare in quattro punti precisi il loro malessere. Persino Olu, che ha seguito le orme del padre ed è uno stimato chirurgo, nasconde sentimenti ed emozioni alla moglie tenendo dentro di sé un grumo tossico. Con notevole capacità empatica Selasi scandaglia le ragioni di tutti, i torti di ciascuno senza giudicare ma investendo il lettore degli stati d'animo dei personaggi. Tutti perdono in questa vicenda che si legge come un puzzle e che si ricompone solo alla fine, al punto che molte lettrici sono andate a rileggere la prima parte per comprenderla appieno. Quattro sono i temi strettamente intrecciati: amore famiglia sofferenza morte. Si tratta in fondo di temi che caratterizzano qualsiasi vita umana ma il grande merito dell'autrice è quello di usare sapientemente immagini metaforiche e una scrittura pienamente poetica per raccontare l'universalità di esperienze e sentimenti Privati di radici, ossessionati dalla rincorsa al successo, slegati e allontanati dagli altri famigliari, Fola e i suoi figli si ritroveranno al funerale di Kweku, che dopo averli abbandonati sarà l'artefice del loro ritorno a casa. Quella casa che potremmo definire Heimat, luogo dell'anima e degli affetti, che si ricompone per tutti sulla terra dei loro antenati e degli stessi genitori che da lì erano partiti alla volta degli Stati Uniti. In questo senso acquista un significato speciale il particolare delle pantofole smarrite, lasciate da parte e poi ricercate in tutto il romanzo, metafore di una patria perduta e anelata. In parte autobiografico, il romanzo racconta l'universo dei figli degli africani immigrati degli anni Sessanta e Settanta per i quali la scrittrice ha coniato il termine afropolitan.
  • Ogni parola che sapevo

    Vianello, Andrea <1961- >

    • 17/02/2024
      Come la vita può cambiare
      Navigando in internet ho trovato un articolo su Andrea Vianello e sulle sue vicissitudini conseguenti all'ictus. Da qui la curiosità di leggere il suo libro. Scritto in modo leggero, mi è piaciuto perché racconta le sensazioni provate prima, durante e soprattutto dopo l'ictus. Mi ha fatto conoscere l'Andrea privato, e anche se ovvio, mi ha ricordato che a tutti può succedere di essere un giorno un tipo di persona e il giorno dopo dover quasi ricominciare tutto daccapo. Comunque una narrazione positiva
  • Donne nella grande guerra

    • 16/02/2024 donne in guerra
      Lettura non impegnativa, divulgativa e non un solido testo storico, ma certamente utile a conoscere figure rappresentative cadute nell’oblio della storia prettamente al maschile, alcune conosciute nel nome ma non nella loro opera. Donne interventiste e pacifiste, donne che hanno costruito culturalmente e politicamente il Mussolini socialista (Sarfatti e Balabanoff), donne indipendenti ma ricordate solo per l’uomo che avevano accanto (Kühn Amendola). Ma non ci sono solo donne privilegiate socialmente, colte, emancipate, ricche, anche donne semplici, poco istruite ma che hanno portato un aiuto e tanta pietà ai soldati al fronte. Molte di esse sono state rimosse dalla narrazione storica, non perché minori, ma dimenticate a favore di uomini di cui sono state, spesso, mogli, maestre e compagne di lotta politica. Le donne hanno fatto la guerra, eccome!
  • La banalità del male : Eichmann a Gerusalemme

    Arendt, Hannah

    • 15/02/2024
      Adriana Tonon As 'simple' as that...
      "Il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n'erano tanti e che questi tanti non erano né perversi nei sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali. [...] Questo nuovo tipo di criminale commette i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male". Non starò a fare un lungo discorso su un libro che ne ha già innescati migliaia: discorsi e polemiche. È che - oltre all'importante resoconto del processo Eichmann dai cui cavilli Arendt evince acute considerazioni - è proprio da leggere perché disarmante nella sua filosofica logicità quanto indistricabilmente complesso nella formulazione di un qualsivoglia giudizio morale che, secondo me, conviene proprio sospendere, e lasciar libera la mente di girare e rigirare attorno alle questioni. "Eichmann spiegò che se riuscì a tacitare la propria coscienza fu soprattutto per la semplicissima ragione che egli non vedeva nessuno, proprio nessuno che fosse contrario alla soluzione finale". Una questione in particolare, però, ha attirato la mia attenzione e provocato non pochi ragionamenti su affinità/divergenze fra quattro donne di origine ebraica non esattamente entusiaste/orgogliose di esserlo, con tutte le implicazioni del caso nel momento in cui si sono 'esposte'. Quattro donne del Novecento che costituiscono un modello inedito di personalità e intelligenza femminili, fatto di attitudini, atteggiamenti, visione, interpretazione e interazione col reale in discontinuità con le generazioni precedenti. Hanno, forse, incarnato un'eccezione, un fenomeno intellettuale nato e morto nell'arco di quel secolo; mi viene da dire tre donne al di là del 'bene' e del 'male', con tutta la dovuta relativizzazione dei due fondamentali concetti: Irène Némirosvky (1903) Hannah Arendt (1906) Simone Weil (1909) Susan Sontag (1933)
  • Tracce dal passato

    Penny, Louise

    • 15/02/2024
      Tracce dal passato
      Magistrale Penny! Non vi staccherete dal libro. Più che avvincente! Super consigliato!
  • Una brava madre

    Cametti, Elisabetta

    • 10/02/2024
      Cristina Dario
      Le donne descritte sono madri, tutte vogliono essere delle brave madri, alcune in modo egoistico solo per riscattare se stesse non tanto per amore, incuranti degli orrori perpetrati. Cinque storie a confronto unite da un sottile filo comune apparentemente lontane le une dalle altre ma incredibilmente vicine. In questi contesti familiari dove le menzogne, le violenze e gli abusi (fisici, sessuali, psicologici) si trascinano dal passato al presente, si creano le condizioni ideali per uccidere chiunque tenti di svelarne i misteri. Un uomo scompare e una ragazza si risveglia ricoperta di sangue vicino al cadavere di uno sconosciuto. Una narrazione intricata dove i due protagonisti sembrano non avere nulla in comune, che nemmeno si conoscano, ma le indagini parallele scopriranno presto il legame che c’è tra di loro: sono entrambi vittime di un segreto. Alla fine si capisce che l’essenza del romanzo è tortuosa ma ben delineata, l’autrice è stata molto brava a non far ingarbugliare tutte le trame perché il rischio era dietro l’angolo. Ho trovato il numero dei personaggi eccessivo, a mio avviso la storia era già solida e ben sviluppata anche senza aggiungere continuamente vicende su vicende, eventi su eventi, quest’ultimo aspetto l’ha resa troppo fantasiosa e un po’ pesante.
  • Tempo di caccia

    Deaver, Jeffery

    • 08/02/2024
      Tempo di caccia
      Rocambolesco, avvincente. Consigliatissimo!
  • La donna in gabbia

    Adler-Olsen, Jussi

    • 08/02/2024
      Ripieno al tritolo
      🌸 Carl rivolse loro un mezzo sorriso. Non credeva che fossero entrati per arrestarlo a causa di un paio di samosa, o come diavolo si chiamavano quegli affari col ripieno al tritolo (🤣🤣) 🌸 In ogni tempo gli uomini avevano trasformato le reciproche torture in una forma di intrattenimento. In ogni fase della storia dell'umanità si poteva trovare uno strato infinito di spietatezza.