Ci sono dolori che spingono a ritirarsi dal mondo, a scegliere la fuga dalla memoria. Helen Cartwright ha fatto proprio questo: dopo sessant'anni trascorsi in Australia è tornata in Inghilterra, nel paesino in cui è nata, per chiudere il cerchio della sua vita e rifugiarsi in una solitudine che crede necessaria.
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In una villetta con la porta d'ingresso color senape trascorre giornate tranquille, scandite da abitudini rigorose. Poi, una sera d'inverno, un minuscolo intruso attraversa il suo salotto: un topolino smarrito e tremante, in cerca di riparo dal freddo. Il primo impulso è chiamare qualcuno perché lo porti via. Ma qualcosa la trattiene. Helen si accorge della fragilità di quella creatura – il respiro affannoso, il corpo esile, gli occhi lucidi e vigili – e si avvicina con cautela. Contro ogni previsione, decide di prendersene cura. Prepara una scatola, un panno morbido, qualche briciola. E lo chiama ‘Sorsino', per il modo in cui beve dal tappo di una bottiglia. A partire da quell'incontro fragile e improbabile, qualcosa dentro e fuori di lei inizia impercettibilmente a spostarsi, aprendo una crepa luminosa nella quiete che si era costruita. Con una scrittura elegante e piena di grazia, Simon Van Booy racconta una storia di perdita e di guarigione, che ci ricorda come, a volte, siano i piccoli gesti a cambiare il corso degli eventi. Una favola moderna che celebra la sorprendente capacità della vita di aprire nuovi spiragli, anche quando meno ce lo aspettiamo.