Qualcuno ha scritto che gli autori di gialli hanno dato alle ferrovie una cattiva reputazione. E non a torto, visto che fin dalla nascita del genere poliziesco treni di ogni tipo, dall’espresso transcontinentale all’accelerato fino alla stessa metropolitana, sono stati teatro dei più svariati delitti.
[...]
Forse perché, agli albori della narrativa poliziesca, il treno veniva percepito come una sorta di macchina magica che esaltava il dinamismo e la velocità ed eliminava le distanze; avvicinava e nel contempo allontanava le persone, e con quel suo fascino quasi esotico poteva riservare un incontro inaspettato con l’avventura. Nessun altro mezzo di trasporto possedeva la stessa allure né poteva offrire una cornice così perfetta: isolato dal mondo esterno che scorre fuori dai finestrini, eppure parte di esso, popolato di estranei, “gli altri passeggeri”, ai quali si può affidare il ruolo della vittima o del criminale. E che dire del monotono sferragliare che induce sonnolenza nell’ignaro viaggiatore… delle improvvise gallerie che gettano lo scompartimento nel buio… della locomotiva che corre sbuffando fumo e scintille come una creatura della notte… del suo fischio lacerante così simile a un grido…