Una casa semplice, dal cui portone affacciato sulla strada esce una bimbetta bruna, in attesa di qualcuno a cui comunicare una grande notizia. Inizia così Cosima, con l'indimenticabile figura di una giovane narratrice in attesa.
[...]
Nelle pagine del romanzo la vedremo crescere, scoprire ancora giovanissima una insopprimibile vocazione letteraria, «ribelle a tutte le abitudini, le tradizioni, gli usi della famiglia e anzi della razza, poiché s'era messa a scrivere versi e novelle», affermarsi come autrice, infine scegliere di lasciare l'isola natia per il Continente. Opera fortemente autobiografica, Cosima è il testamento poetico di Grazia Deledda e nello stesso tempo, per Dino Manca, «il romanzo del nóstos, del ritorno con la memoria a Itaca, al cordone ombelicale mai reciso con la Madre-Terra, a un sentimento del tempo, quello dell'infanzia e dell'adolescenza, irrimediabilmente perduto». Nello stesso tempo, afferma Daniela Brogi, «non è una rievocazione nostalgica», ma «un autoritratto, a distanza, fatto da una scrittrice che sa bene e vuol farci vedere bene in cosa si è trasformata la bambina». Uscito postumo e incompiuto, il romanzo getta luce sull'intera produzione della scrittrice: «è come se Cosima fosse l'esito di tutti i volti di Deledda che rinascono e tornano a casa. E quella casa è la scrittura stessa, sa domo».